O logos deloi oti, durante il Covid “la favola insegna che…”​ esempi di storytelling e made in Italy

La favola è un genere letterario semplicissimo, elementare, ingenuo, ma anche efficace. Non a caso al ginnasio tra i primi testi che danno da tradurre ci sono proprio le favole di Esopo (dal greco) e quelle di Fedro (dal latino). Tutte le favole terminano con la famosa frase O logos deloi oti, ossia “la favola insegna che…”, quindi la “morale” della storia raccontata. Il made in Italy non sta chiaramente vivendo una favola ma, entrata in vigore la fase 2, lo storytelling di molte aziende italiane ci ha introdotto nella loro personale interpretazione dei tempi, raccontando il proprio punto di vista che induce ad riflessione tra sicurezze, incertezze, quotidianità, spirito concreto e pratico.

Pietro Bonada, Ceo di Ribelli Digitali
esperto di comunicazione

C’è chi ha comunicato meno, chi ha intensificato la comunicazione, chi ha cambiato tone of voice, chi ha omologato contenuti a quelli degli altri, chi è rimasto fedele a se stesso e al rapporto con i propri stakeholders. Ognuno ha cercato di adeguarsi all’eccezionalità dei tempi che stiamo vivendo. “Dal largo consumo al settore del lusso, questa emergenza ha accelerato dinamiche interne e esterne – spiega Pietro Bonada, Ceo di Ribelli Digitali https://ribellidigitali.it/ e esperto di comunicazione – La tecnologia ha avuto un ruolo centrale in questa evoluzione, una tecnologia “calda”, capace di catalizzare i bisogni di socialità che la quarantena ha fatto emergere, capace di sviluppare un nuovo senso di vicinanza tra le persone e tra persone e aziende/brand. Insomma, è “il buongiorno di una nuova umanità” come magistralmente espresso nello spot Lavazza uscito in questi giorni. E hanno colpito nel segno le parole di Giorgio Armani che, in una lettera aperta, auspica per il settore della moda una ripartenza all’insegna di ritmi meno frenetici, eliminando il superflo e puntando su valori senza tempo, l’autenticità, lo stile, i valori del made in Italy”.

E a proposito di valori, Rubinacci https://marianorubinacci.com/ – marchio storico e azienda italiana giunta alla terza generazione – non ha paura di affrontare i cambiamenti e le evoluzioni del mercato, rimanendo fedele a se stessa e continuando a interpretare il made in Italy attraverso artigianalità, sartorialità e buon gusto. Nata nel 1932 , un pioniere Gennaro Rubinacci collezionista d’arte e di buon gusto, fondo’ la London House per rispondere alle richieste dei facoltosi clienti che volevano indossare i suoi abiti realizzati magistralmente dai mastri artigiani dell’epoca. Erano gli anni della Dolce Vita e essere eleganti indossando una visione, un sogno, l’essere italiani, era un desiderio ambito dai clienti internazionali, sempre più copiosi. Va da se’ che negli anni 60, un 18enne Mariano Rubinacci, figlio di Gennaro, diede la sua personale interpretazione dell’azienda, trasformandola negli anni 70 da London House in Rubinacci, evolvendola con il passare dei tempi e delle mode restando fedele alla tradizione Maitre de stile. Oggi Rubinacci, è uno dei simboli dell’italianità ed è nelle mani della terza generazione composta da Alessandra, grande padrona di casa dell’atelier napoletano, Marcella hospitality manager di Casa Rubinacci, una villa anni 30 già dimora di famiglia dedita poi ai clienti nella bespoke week, Chiara ambasciatrice del marchio a Londra, Luca direttore creativo che usa i social anche per avvicinare i giovani d’oggi al mondo della sartoria.Il mondo della moda, nella personalissima interpretazione della famiglia Rubinacci, ha scelto di affrontare la comunicazione di crisi, restando fedele alla propria identità.

Luca Rubinacci
Direttore Creativo

La comunicazione d’impresa si affianca ad uno storytelling incline ad avvicinare il cliente sempre più cosmopolita ed internazionale al prodotto anche attraverso la cultura italiana e napoletana. Ecco allora che, oltre alle classiche foto e descrizioni, i tutorial sui social di Luca Rubinacci, ambasciatore di eleganza anche in emergenza Covid, dispensano consigli di stile per gli stakeholder italiani ed esteri su come abbinare i capi, in che occasione vestirli, senza dimenticare la visione e l’interpretazione dell’italian style della vita quotidiana perché occorre buon gusto anche nel preparare il caffe, napoletano naturalmente!

Annalisa Angellotti
Co-founder
Vice General Manager
Communications & CSR Manager

Altro esempio italiano dal respiro internazionale, presente in 150 Paesi Gate-Away.com https://www.gate-away.com/ è dal 2008, il punto di riferimento per le agenzie immobiliari e i privati che vogliono vendere i loro immobili a compratori di tutto il mondo e per i tanti acquirenti stranieri che vogliono comprare una casa in Italia. Un team italiano, giovane front office virtuale di un portale consultabile in 10 versioni linguistiche per offrire agli stranieri in cerca di una casa in Italia, la migliore user experience possibile e per incrementare il numero di richieste.Un core business messo a dura prova dall’emergenza sanitaria, ha stimolato la creatività dell’azienda che ha voluto affiancare alla comunicazione d’impresa (fatta anche di un costante feedback con i propri stakeolder attraverso indagini demoscopiche e approfondimenti), uno storytelling legato ai sapori, alle tradizioni e alla cultura dell’essere Italiani. Nato come un contest interno, oggi Gate-Away.com ha rivisitato “GustiAmo l’Italia” presenziando sui social attraverso ricette, di solito segretissime per gli chef stellati, realizzate dal team aziendale, per diffondere l’amore per il nostro Paese attraverso i suoi sapori autentici. “Abbiamo voluto reinterpretare questo progetto “GustiAMO l’Italia”, nato come contest nel segno della segretezza tra noi partecipanti e colleghi per sfidarci a suon di prelibatezze culinarie –ha detto Annalisa Angellotti responsabile della comunicazione e vicedirettore generale Gate-Away.com– per diffonderlo e fare engagement verso l’esterno. I sapori e i prodotti autentici contribuiscono a renderci unici rispetto agli altri; è importane che chi ci guarda, soprattutto ora, sappia che restiamo un grande Paese che, anche attraverso gesti semplici, sa rendersi unico ed è pronto a tornare accogliente anche più di prima”.

“Sono solo alcuni esempi che testimoniano quanto le aziende e i brand si siano messi in gioco in questo periodo. Ma il difficile arriva ora e nei mesi a venire: si tratterà di capire quanto il cambiamento generato dall’emergenza virus abbia sedimentato e di interpretare i nuovi bisogni delle persone, dai dipendenti ai consumatori. Una sfida per il marketing, per le aziende ma anche e soprattutto per la Società – conclude Pietro Bonada, Ceo di Ribelli Digitali e esperto di comunicazione” .

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