Inclusivo è bello. Cresce l’appeal delle consumatrici e dei consumatori per i marchi che ispirano

Includere non solo è giusto ma fa bene alle aziende.

Equità sociale e pari opportunità sono elementi dal grande impatto empatico e i consumatori si dimostrano sempre più attenti ai valori veicolati dai brand che non tardano a intravedere in questo rinnovato slancio etico, una possibilità in più per le aziende.

Se nel mondo della moda e del beauty si è registrata la tendenza  ad accogliere e veicolare temi legati all’inclusione e alla diversità, ora pare che il fenomeno sia diventato un trend di mercato a tutto tondo, come emerge dal Diversity Brand Summit 2020. 

Secondo un’analisi di Sandro Castaldo, professore ordinario all’Università Bocconi, addirittura il “Il 63% degli intervistati sceglie con convinzione brand inclusivi e, secondo i dati raccolti, non si evidenziano rischi di reputazione per chi sceglie di investire su diversity e inclusione, perché non si rileva passaparola negativo”. 

A conferma della sensibilità etica raggiunta dai consumatori, oggi l’88% della popolazione è maggiormente propensa verso brand più inclusivi (dal 2017 +11%): le componenti che influiscono sulla scelta d’acquisto (oltre alla qualità del prodotto/servizio)  si stanno spostando sempre di più verso i valori intangibili.

E le aziende lo stanno comprendendo. Nell’ultimo anno è aumentata del 20% la quantità di aziende che investono su diversity e inclusion. Ma in cosa si è tradotto concretamente questa tendenza? Secondo i dati del Diversity Brand Index, in media i brand inclusivi hanno visto aumentare i propri ricavi del 23%. 

La pandemia ha cambiato le priorità di alcuni settori, ma l’inclusione non può essere un tema da «accendere o spegnere» in maniera opportunistica. Il COVID-19 ha generato un overload informativo: i brand hanno affrontato la necessità di dover emergere. Questo sforzo è stato però la chiave per fare la differenza. La necessità di emergere ha portato molti brand ad acquisire «coraggio».

Con Angelica Mennella Creatrice Digitale di #thecolorsofdiversity ne capiamo di più!

1 – “ Non solo politically correct”, diversità e inclusione sono diventate parte integrante dello storytelling dei brand tanto che oggi si parla di diversity management. Ci spieghi meglio?

Certo, “Diversity” e “inclusion” sono due termini entrati ormai nel vocabolario di numerose aziende, indipendentemente dalla loro storia o natura.
 Tuttavia questo processo è avvenuto non escludendo fraintendimenti: l’inclusione rappresenta un vero e proprio asset di crescita strategico, tanto da portare il mercato finale a scegliere con convinzione brand inclusivi. Una scarsa inclusione genera, al contrario, un numero rilevante di detrattori.

Oltre che da un reale impegno personale nel sensibilizzare le persone, è da questa considerazione che nasce l’esigenza e il desiderio di dedicare attenzione e approfondire le tematiche di diversità e inclusione.
Inoltre, l’emergenza del Covid-19 ci ha catapultati improvvisamente in una “nuova era”, portando alla luce maggiori fratture e disagi sociali, andando ad aggravare temi come il digital divide, il gender gap e discriminazioni sulla base di età, orientamento sessuale, disabilità, status socio- economico, etnia e cultura; ma anche discriminazioni legate all’aspetto esteriore delle persone. Pensare che l’attuazione di politiche di D&I in azienda sia solo un dovere morale è un grandissimo errore. Svolgono un ruolo sempre più importante non solo dal punto di vista economico, generando maggiore fatturato, una riduzione di costi e del tasso di assenteismo, ma anche una maggiore innovazione, flessibilità e dinamicità sul posto di lavoro e una diffusione di una cultura inclusiva.
 Inevitabile tale cultura inclusiva si deve riflettere nelle strategie di Marketing di brand.

Torniamo a riflettere sulla quotidianità che viviamo: una quotidianità confusa, limitata, diversa ma che allo stesso tempo ha spinto le persone a ragionare e sviluppare una maggiore consapevolezza; emerge un incessante desiderio di valori come autenticità e semplicità.
 Pertanto non siamo più disposti ad accettare stereotipi, in particolare modo nelle pubblicità, siamo stufi di vedere rappresentata una realtà utopica, una perfezione astratta.
A vincere sul fronte comunicativo, è un marketing inclusivo, un marketing che si rivolge a tutti, permettendo ad ognuno di noi di sentirsi valorizzati e rappresentati.

A tal proposito  riporto un esempio di un brand che mi ha ispirata molto: Gucci. La Maison  fiorentina ha mostrato un reale impegno nella promozione di un concetto di bellezza sempre più inclusivo e distante dai tradizionali canoni estetici scegliendo la modella Ellie Goldstein per il progetto “The Gucci Beauty Glitch” .Questo progetto è frutto di una collaborazione tra Gucci Beauty e Vogue Italia. “La disabilità non è un limite” come ha affermato Alessandro Michele, spiegando che ha ideato il mascara L’Obscur per una persona autentica che usa il trucco per raccontare la sua storia di libertà, a modo suo.

Le aziende, dunque, sono chiamate ad attuare una nuova narrazione, uno storydoing, attivandosi progressivamente nella risoluzione di problematiche sociali. In che modo?
 Raccontando di sé in modo reale, parlando dei propri progetti e delle mobilitazioni sociali che è in grado di sostenere ma soprattutto andando oltre la logica semplicistica del profitto.

C’è bisogno di una strategia umana, una strategia di marketing umanistica in cui si passi “dal dire al fare”.

L’inclusione è un viaggio che deve andare di pari passo con il mondo del lavoro, il mercato finale e le strategie di business, influenzandole positivamente.
 Bisogna prestare sempre più attenzione alla nuova generazione che vogliono un mondo più sostenibile, inclusivo ed etico il cui benessere non è solo economico ma anche, e soprattutto, umano. Non esiste un manuale da seguire, valido per tutte le aziende, ciascuna può scegliere il proprio mix di pratiche più efficace.
 Personalmente ne avrei individuate alcune dal quale iniziare, ma per il momento vi lascio riflettere su quanto detto.

2- Da creatrice digitale, quale pensi sia il modo migliore per comunicare e valorizzare la diversità nell’ottica della costruzione di una cultura sempre più integrata?

Partendo dal comunicare in modo inclusivo. Cosa vuol dire questo? Comunicare con lo scopo di rivolgerci a quante più persone possibili senza far sentire nessuno escluso. Ma non solo, prestare attenzione al linguaggio, alle immagini e come abbiamo detto fin’ora al prodotto: bisogna anche porsi nei panni dell’altro.   Per valorizzare la diversità bisogna partire dal dare voce alle persone che purtroppo vengono spesso escluse, raccontando la quotidianità di chi vive alcuni disagi sociali e subisce discriminazioni.

Photo by RODNAE Productions on Pexels.com

Costruire una cultura sempre più integrata, è un percorso che richiede molta attenzione e cura in ogni dettaglio, ma se ben percorso oltre ad arrivare dritto al cuore delle persone si collabora anche per un mondo che sia all’altezza di tutti! La nostra società è una convivenza di differenze, la normalità non esiste ed ognuno di noi presenta caratteristiche differenti e dobbiamo imparare a convivere con esse.

I miei studi e la mia passione per la comunicazione mi hanno insegnato che solo attraverso una corretta propagazione possiamo capire cosa ci circonda, informare è responsabilità perché attraverso essa si costruisce la percezione che le persone hanno del mondo.

3 – Come nasce #thecolorsofdiversity e cosa rappresenta per te?

#thecolorsofdiversity nasce un pò per istinto. Inizialmente il mio profilo Instagram era solo una galleria di foto personali senza alcun filo logico. Un pò come abbiamo iniziato tutti!

Fino a che ho percepito che quello spazio poteva essere utilizzato per porre importanza a temi che mi son sempre stati a cuore: l’equità, l’inclusione e la diversità. Ho semplicemente deciso di raccontare la mia vita con Fatima, persona con disabilità.

Questa. È una nostra foto!

Con la speranza, nel mio piccolo, di far capire che una persona diversa da noi non comporta alcun “disastro” personale, né tanto meno sociale. Per cui non c’è alcun motivo di marginalizzare chi, apparentemente a detta di stereotipi che continuano a persistere e ferire, è diverso e presenta abilità differenti da quelle della maggioranza. Questo mi ha permesso di capire anche le esigenze di chi si trova nella mia stessa posizione, condividere esperienze ci fa sentire un pò meno soli ed abbandonati. La vita non è solo bei volti e fisici pazzeschi, la realtà è un’altra e la mia è piena di colori da quando ho lei. Per me rappresenta una rivincita. Una rivincita verso tutte quelle persone che per molto tempo hanno creduto io fossi “una poveretta” perché avevo una sorella così. Ho ingoiato troppe cattiverie, troppi pregiudizi: io non mi sento meno fortunata, mia sorella non ha dei limiti, anzi ha insegnato molto più lei a me che io a lei. Non mi ha impedito di fare nulla né ha reso la mia infanzia difficile, non mi sono mai vergognata di lei perché non ce n’è alcun motivo sono gli altri a doversi vergognare. Fatima mi ha permesso di vedere il mondo con occhi diversi, puri! Privi di cattiveria, forse dovremmo iniziare tutti a guardare le cose con i suoi occhi.

L’hashtag nasce proprio per valorizzare e rappresentare tutte le persone con disabilità. Inoltre abbiamo aperto una pagina insieme, @tobesiblings, in cui chiediamo alle persone di sentirsi libere di raccontare la loro quotidianità, i loro momenti (belli e brutti), con un fratello/sorella, amico/amica, un parente, un partner con disabilità.

Per trasmettere anche un messaggio importantissimo: tutte le persone valgono e contano! Un invito ad andare oltre l’aspettò esteriore e oltre ogni pregiudizio. E ribadire l’importanza di alcuni valori: autenticità, semplicità, trasparenza ed inclusione!

Questo è quello che io avrei voluto leggere quando ho saputo che mia sorella aveva la sindrome di Down, credo anche mia madre. Avremmo voluto leggere dei racconti veri, delle esperienze autentiche in cui trovare conforto! Speriamo, appena saremo più tranquilli, che da questo lavoro possa nascere un’opportunità di incontro per i ragazzi, ma anche per i genitori dei più piccini.

Ti ringrazio per avermi dato questa grande opportunità ognuno nella propria vita dovrebbe avere la possibilità di essere ascoltato e raccontare la propria storia!

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